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Giovedì 26 Marzo 2009

S. Basilio un luogo da scoprire icon-new

ARIANO POLESINE E' IN GRADO DI OFFRIRE MOMENTI DI SVAGO, CULTURA E AFFASCINANTI RICERCHE NATURALI.

II Delta del Po conserva la foce più grande d'Italia. Interessanti gli scavi archeologici; tutta da vedere la "Quercia" ultracentenaria; un gioiello la Chiesetta di San Basilio; il "Cippo" in località "Torre" e gli interessanti dipinti di Giori e Benvenuto Tisi da Garofano. Il Po di Goro, e il suo fascino.


Dalla Punta di Santa Maria al mare, Ariano è in grado di offrire al turista possibilità di svago e di cultura.
Il Delta del Po è la foce più grande e più affascinante non solo d'Italia, ma dell'Europa, ricca di determinate caratteristiche naturali della flora e della fauna che altrove sono notevolmente compromesse dagli insediamenti umani e dal sovraffollamento del turismo stanziale.
Ariano, quindi, è in grado di proporre itinerari di transito, di osservazione e quindi offrire la possibilità di immergersi nella natura e gustare il fascino di questo territorio deltizio.
In località Santa Maria in Punta, ove il fiume si biforca, dando vita ai rami del Po di Venezia e di Goro, si trova una vasta golena ed una bella chiesa del XIV secolo; tempio recentemente portato al suo antico splendore. Proseguendo lungo la strada arginale si giunge nel centro di Ariano. Qui vi è la possibilità di visitare la chiesa dedicata alla Madonna della Neve, ove al suo interno si trovano due tele pregiate: la "Crocefìssione" del pittore ferrarese Giori e la "Madonna con Bambino" di Benvenuto Tisi da Garofalo, dipinta nel 1518 per l'allora Basilica di Santa Maria della Neve. La pregiata tela raffigura, nella parte superiore, la Vergine ed il Bambino in una gloria di nuvole argentee; nella parte inferiore, sul vago sfondo di un paesaggio, San Pietro dallo sguardo dolce, San Paolo pensoso, il rude Giovanni ed un dottore della chiesa pontificalmente vestito, chiamato Basilio. Bello è lo stile veneziano del palazzo comunale; l'ampia piazza circondata dal lungo Po e da due imponenti palazzi, di cui uno è appartenuto agli Estensi.
Costeggiando il Po di Goro, il primo ramo del delta che si stacca dal Po di Venezia, lungo circa 45 km., largo, nei periodi di piena, dai 60 ai 100 metri e con una profondità che varia dai 3 agli 8 metri, troviamo la maestosa "Quercia" che si avvia verso i 450 anni di vita. Tale imponente albero è menzionato sulle carte militari come punto di riferimento e per trovarne uno che competa con tanta vetustà e mole bisogna inoltrarsi nei folti boschi ove si trova l'eremo dei frati camaldolesi in Toscana.
Proseguendo lungo il fiume, con le sue forme tortuose e la sua fitta vegetazione, si giunge a San Basilio, antichissimo centro ai piedi delle dune, zona di importanti scavi archeologici, i cui reperti si possono ammirare, anche se in forma ridotta (la maggior parte di essi sono stati dirottati verso il museo archeologico nazionale di Adria) all'interno del Centro Turistico Culturale. Si tratta di prezioso materiale del periodo Greco, Romano ed Etrusco. L'oratorio di San Basilio risale al IX-X secolo.
La chiesetta sorge su di una duna, ha i muri costruiti ad archi e il coro esternamente a forma di esagono; sotto la cornice del coperto ha un abbellimento di piccoli archi con una pietra nel fondo dell'arco tutta d'un pezzo. E' di modeste dimensioni (lunghezza mt. 16,80, larghezza mt. 8,30); pur tuttavia, dalla sua posizione sopraelevata, spicca, sul paesaggio circostante, per l'eleganza e la semplicità delle sue forme. All'esterno conserva un sarcofago del primo secolo dopo Cristo, rinvenuto tra le dune.
Il complesso di San Basilio, intatti, sorse presso un punto nodale delle vie di comunicazione tra il Veneto e l'Emilia, lungo la costa adriatica. Nella Tabula Peutigeriana (carta stradale del IV secolo d. Cristo) la località è indicata come Mansio Radriani o Hadriani, cioè una tappa lungo il percorso della via Popillia costruita nel 132 a.C. per collegare Rimini e Ravenna con Adda. La Mansio Hadriani doveva sicuramente costituire una tappa importante lungo la via endolagunare che, attraverso un sistema di corsi d'acqua naturali o artificiali, congiungeva il porto di Ravenna con quello di Altino.
Pure da visitare, sempre in località San Basilio, il museo della Civiltà contadina: è allestito in un vecchio magazzino a ridosso dell'unica strada che attraversa la frazione (proprio di fronte alla chiesa romanica) e sotto le ragnatele che 'ornano' il soffitto si trovano, ben disposti, un'enorme quantità di oggetti serviti per il lavoro dei campi, molti dei quali ormai introvabili: ci sono tutti quegli strumenti che sono serviti sia per lavorare la terra che per raccogliere i prodotti della fatica dell'uomo.
Percorrendo la Vecchia Romea si giunge in località Castelpiano, ove si trova la Villa Nichetti (1906-1907), tipica casa padronale, esternamente ben conservata, attorniata da un ampio parco in cui s'immerge e dal quale spicca la sua straordinaria bellezza.
Ancora pochi passi e si trova la località "Torre" che conserva il "Cippo" che delimitava il confine tra la Repubblica Veneta e lo Stato Pontificio. Le condizioni di precarietà fra i due Stati durò fino all'aprile del 1749 quando fu stipulato il trattato internazionale fra Papa Benedetto XIV e il Doge Pietro Grimani. Nel 1571 fu completata l'opera di demarcazione del confine con grandi pilastri in muratura ed ognuno portava da una parte il Leone di S. Marco, con la scritta "Pax tibi mercé Evangelista meus", rilevato sopra una piastra di marmo bianco delle dimensioni di un metro per settanta centimetri, e dall'altra la Tiara con le chiavi: l'insegna Papale. In seguito a ciò, la zona settentrionale del territorio fu assegnata alla Repubblica di Venezia, quella meridionale allo Stato della Chiesa. Tali confini rimasero fino all'Unità d'Italia, avvenuta nel 1870.
Proseguendo sulla statale per Porto Tolle giungiamo a Cà Vendramin ove si trova il complesso dell'ex idrovora, con un'imponente ciminiera, costruita all'inizio del secolo scorso. Nei vastissimi capannoni dell'idrovora si trova il Museo Regionale della Bonifica dove si conserva l'immenso patrimonio storico-culturale della bonifica veneta. Sono visibili tutti quei cimeli che sono serviti per prosciugare migliaia di ettari di terreno rendendoli fertili e produttivi, per dare lavoro e benessere economico a migliaia di persone e che sono stati determinanti anche per debellare la dolorosa piaga della malaria e della pellagra. Con ciò la gente del delta ha potuto 'assaporare' il dono della dignità, della serenità e sicurezza. Quale posto migliore del grande stabilimento idrovoro di Ca' Vendramin si poteva scegliere per tale importante opera? Il vasto complesso è stato costruito nel 1885 ed ha egregiamente provveduto allo scolo delle acque della grande pianura Padana. Questo complesso museale raccoglie materiale che evidenzia inequivocabilmente la 'storia dell'idraulica bonificatoria' degli ultimi secoli. Al suo interno si trova una sala convegni in grado di ospitare oltre 200 persone; una ricca biblioteca per soddisfare qualsiasi esigenza di ricerca sulla vita della bonifica, mentre nell'area esterna troverà posto un orto botanico dove saranno riuniti gli esempi di ambienti naturali rinvenibili nel territorio.

Due passi ancora e siamo nel cuore del Delta: l'incontro con la foce del Po di Goro. In questo meraviglioso scenario parla solo la natura: gli uccelli stanziali e migratori ravvivano il paesaggio. Svolazzano i gabbiani e le rondini di mare nidificano sugli scanni sabbiosi Si ode il cinguettio dell'airone, della garzetta, della folega e di tanti altri ancora, in zone che altrimenti resterebbero completamente mute.
Nei dintorni abbondano le valli da pesca, ove gli specchi d'acqua sono delimitati da piccoli arginelli su cui crescono abbondanti ciuffi di tamerici. In queste valli si allevano abbondanti quantità di orate, cefali e branzini, ma soprattutto la buona e saporita anguilla. Tipica di queste zone palustri è la vegetazione che è costituita, in modo particolare, dalla cannella palustre che spunta ovunque si trova o emerge un pezzette di terreno, rappresentando anche un ottimo rifugio per la selvaggina. Una infinità di piante, tra cui il "salice bianco" crescono sugli arginelli che dividono le valli.
Fortunatamente, in questi incantevoli luoghi parla solo la natura, perché la mano dell'uomo non è ancora riuscita a cambiare il volto di un paesaggio che si muove a seconda delle proprie esigenze e necessità. L'essere umano riesce solo ad interrompere il silenzio religioso di queste zone con lo sparo di qualche cartuccia o con lo stratagemma per catturare un volatile in più.
Concludiamo questo nostro itinerario a Bacucco, ove si trova una spiaggia selvaggia, tutta da scoprire e valorizzare.

Umberto Carzoli